|
Quel
piccolo vecchio cinema
di
Pasquale BATTISTA
Dopo
62 anni di vita, sul proscenio del «Cine-teatro Imbriani» è scesa
la tela, definitivamente.
Un
cinema che chiude oggi non fa notizia, data la generale crisi
di questi locali determinata soprattutto dalla Televisione. Non
così per 1'Imbriani che per generazioni di triggianesi non fu
un cinema ma Il Cinema.
Se
ne parlo qui è perché, con la sua chiusura si è conclusa un'epoca.
La vita continua . . . ; ma i ricordi si accavallano ai ricordi
in un flashback impietoso.
Una
nostalgia sottile mi coglie mentre passo davanti a Palazzo Pontrelli
ormai spoglio dei «quadri» e delle didascalie scritte col pennarello.
Un rimpianto sommesso m'immalinconisce: rimpianto per un piccolo
vecchio cinema che chiude o per la giovinezza ch'è parte del passato?
Nel
1923 un coratino benestante, Cataldo Di Caterino, incoraggiato
dall'agente barese della Minerva Film, lasciò il suo paese e venne
a Triggiano per correre un'audace avventura: impiantare un cinema.
Erano
i tempi del muto.
In
verità nel nostro paese erano pochi ad avere un'idea di che cosa
fosse il cinema del quale non si sentiva proprio il bisogno.
Gli
imprenditori locali convinti che la nuova manìa mai ci avrebbe
colpiti, non si erano nemmeno fatti sfiorare dall'idea d'aprire
una sala cinematografica.
Nel
novembre del 1923 Cataldo Di Caterino, subito chiamato da tutti
don Cataldo, apriva al pubblico i battenti del primo tempio cinematografico
locale che volle dedicare a Matteo Renato Imbriani, l'uomo politico
dalle ampie aperture sociali del quale era stato ardente ammiratore.
L'inaugurazione
avvenne sotto poco rassicuranti auspici: scarsi gli spettatori,
mentre in piazza già si scommetteva sulla brevissima vita del
cinematografo.
Male
nere previsioni furono subito smentite. Di lì a poco, infatti,
il gusto dello spettacolo cinematografico si diffuse attraverso
un susseguirsi di films (muti, ovviamente) di Toni Mix, di vari
«Maciste» interpretati da Bartólomeo Pagàno, di comiche di Ridolini.
Cominciammo,
inavvertitamente, a sognare, a sorridere, ad evadere, a parlare
di argomenti che non fossero quelli soliti del lavoro e del denaro.
Le sequenze di ogni film erano ogni sera sottolineate al pianoforte
dell'ingiustamente dimenticato maestro Pasquale Gemmato, animatore
musicale del paese e non disprezzabile autore di canzoni e romanze
allora note. Spessissimo oltre che dal suddetto pianista i films
proiettati si avvalevano del commento musicale di una affiatata
orchestrina.
L'apertura
dell'Imbriani contribuì moltissimo a farci conoscere la buona
musica del tempo e costituì una fresca ventata di novità che attraversò
un paese culturalmente pigro e sonnacchioso.
Ogni
film era preceduto da un «Grande Spettacolo di Varietà».
In
questo micro Ambra-Jovinelli locale, passarono uno ad uno tutti
i «fini dicitori» e le «dicitrici eccentriche» che il dignitoso
mercato di serie B di Napoli e Bari era in grado di offrire; tutte
le «canzonettiste» dai nomi d'arte più strampalati, sempre avvolte
da un mare di trine e merletti, con enormi cappelli di piume e
l'immancabile ombréllino di tulle vaporoso; tutti i «fenomenali»
uomini forzuti, dai baffi spropositati, che spezzavano catene,
ingoiavano chiodi e cadevano in catalessi; tutti i prestigiatori
con tanto di bastone e cilindro, e tutti i giocolieri Le locandine
immancabilmente assicuravano: spettacolo per famiglie. Ma non
ce n'era bisogno: tutto era oltremodo castigato, come si conveniva
ad un pubblico provinciale lontanissimo da quello smaliziato e
viziosetto del napoletano Salone Margherita.
Da
noi niente «sciantose» né «mosse» né volgari «doppi sensi».
Una
canzonettista che una sera si concesse qualche licenza nell'abbigliarsi
fu letteralmente e clamorosamente scaraventata fuori dal palcoscenico
dallo stesso don Cataldo.
Ritornando
ai films, ogni giorno uno, popolare e di successo. Per il popolo
di bocca buona, i film di Leda Giss che da noi fu idolatrata.
Per il pubblico più colto, ogni giovedì, films di più alto livello
nei quali Francesca Bertini e Pina Meichelli roteavano in continuazione
gli occhi neri e profondi per raccontare tormenti d'amore, aggrappate
a tendaggi di velluto, pesanti e dannunziani.
Il
giovedì era riservato al pubblico femminile ed in particolare
alle «Signore».
I
«giovedì delle signore» furono una brillante intuizione di don
Cataldo. In un periodo in cui le famiglie erano gelosamente chiuse
in se stesse e scarsi erano i rapporti sociali, creò per la «Triggiano-bene»
una occasione d'incontro e di «vita mondana».
Curiosamente,
la «vita mondana», da noi, si riduceva alla visione di un film
il giovedì sera. Che tempi!
Il
13 novembre 1933, il primo film sonoro per Triggiano: «La vecchia
signora» in cui Emma Grammatica sosteneva il ruolo (nientemeno)
di una caldarrostaia. Poi, via via, «La segretaria privata» con
Elsa Merlini e Nino Besozzi ed una gran quantità di films «cantati»
in cui Tito Schipa e Beniamino Gigli mandavano in estasi i nostri
genitori: «Vivere», «Mamma», «Non ti scordar di me», «Tre uomini
in frack», ecc.
Un
po' di musica e un po' di buoni sentimenti; bastava poco per renderci
felici per una sera.
Nel'corso
del '33 l'affluenza al cinema cominciò paurosamente a regredire,
al punto da far balenare a don Cataldo l'idea di chiudere bottega.
La crisi cinematografica era la conseguenza di un'altra e più
grave crisi che fu sentita acutamente fino a tutto il ' 35.
Erano
gli anni in cui non pochi erano i Triggianesi che vivevano «a
coppino», cioè col mestolo di minestra che veniva loro ammonito
ogni giorno dalle autorità di allora, in un locale del centro
(oggi Supermercato Jolly). Ma anche per chi non si metteva in
fila in via Carroccio c'era poco da scialare e da avere la voglia
di andare a cinema.
Dopo
il '35 l'Imbriani cominciò di nuovo a riempirsi di spettatori.
Giunse intanto il '42 e don Cataldo fu costretto per l'assenza
dei suoi quattro figli, tutti chiamati alle armi, (uno di essi
non farà più ritorno dalla Russia) a cedere in fitto la sala cinematografica.
Il
nuovo gestore, il gentilissimo don Arturo Infascelli, sia per
i tempi, sia per non aver compreso a fondo i nostri gusti in fatto
di cinema, non riuscì più a riempire la sala come una volta.
Nel
'45, ritornati i figli dalle armi, la gestione dell'Imbriani fu
ripresa saldamente in pugno da don Cataldo.
Eravamo
nell'immediato dopoguerra; bisognava cominciare a ricostruire,
a dimenticare, a vivere.
Fu
per questo che l'Imbriani dette poco spazio al neorealismo, che
induceva a pensare e a ricordare, dando ai Triggianesi ciò che
si aspettavano: Alida Valli e Fosco Giacchetti, Maria Denis e
Adriano Rimoldi in films come «La vita continua», «L'abito
nero da sposa», «Addio giovinezza», ecc.' E poi il grande filone
di films storici che ci appassionarono tutti, indistintamente.
Si
chiamavano «Marco Visconti», «Fanfulla da Lodi», «Ettore Fieramosca»,
«Le avventure di Salvator Rosa» e tanti altri.
Nonostante
nel '42 si fosse aperto un nuovo e più comodo cinematografo, continuammo
a frequentare come prima l'Imbriani che doveva celebrare ancora
la propria apoteosi.
La
celebrò negli anni '50 con i films di Raffaello Materazzo: «Catene»,
«Tormento», «I figli di nessuno», «L'angelo bianco», che raccontavano
improbabili lotte tra il bene ed il male con l'immancabile trionfo
del primo. Non toni grigi né zone d'ombra: il bene da una parte,
il male dall'altro. Il bianco era bianco ed il nero era nero,
e non avevamo ancora imparato a decifrare la realtà né i films
con «le misure in cui» coi «cioè» coi «è necessario distinguere»
con le «analisi approfondite» e con tutto il ciarpame verbale
che più tardi avremmo utilizzato per camuffare il vuoto. Per questo
le storie di Matarazzo ci piacquero. Piangemmo. Tutti piangemmo
(perché vergognarsene?) per quelle improbabili storie alla «Grand'hotel»
interpretate da un Amedeo Nazzari e da una Yvonne Sanson altrettanto
improbabili.
Fu
l'ultima volta che ci commovemmo collettivamente, stipati come
sardine, immersi in una familiare e densa atmosfera fatta di fumo
di «nazionali», d'afrore d'ascelle, di olezzi di brillantina solida
e da un tanfo persistente di D.D.T. Eravamo ancora candidi e ingenui.
L'apertura
di una terza sala cinematografica nel '57 non ci fece disertare
'Imbriani. Ma già il mondo stava cambiando, mutavano le abitudini
e i gusti, e già si preavvertiva in lontananza la crisi del cinema.
Una
crisi combattuta da moltissimi cinema, negli ultimi tempi, 'a
colpi di films «hard core». Da moltissimi, ma non dal Cinema Imbriani,
fedele fino all'ultimo «allo spettacolo per famiglie» anche se
le famiglie, com'erano intese una volta, non esistevano più.
Non
si è chiuso solo un piccolo vecchio cinema; è morta una piccola
parte di noi; di noi che (ahimé) non siamo più giovani.
(Tratto
da “TRIGGIANO, QUELLA VECCHIA ESTATE…” di Pasquale Battista –
Levante Editore- - Bari) |